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INDUSTRIA

General Motors

BOB LUTZ LASCIA LA GENERAL MOTORS


General Motors Il primo maggio Bob Lutz, icona vivente dell'industria dell'auto americana, si slaccerà il nodo della cravatta, toglierà il vestito grigio e uscirà in punta di piedi dalla porta di servizio della General Motors, chiudendo una personale storia d'amore con il "car business" durata mezzo secolo. Il suo tempo a quel punto sarà per i suoi hobby, primo fra tutti pilotare vecchi jet da caccia che Lutz, ex pilota militare, ama collezionare e condurre personalmente – all'età di 78 anni - nei cieli del Michigan.

Già sentita. A qualcuno la notizia del pensionamento di Bob Lutz può suonare non nuova. In effetti il manager americano aveva annunciato il suo ritiro già lo scorso anno, Fu al Salone di Ginevra del 2009 che Lutz, lui ex marine abituato alle maniere spicce, annunciò con la voce rotta dall'emozione che lasciava la carica di Vice Chairman con delega allo sviluppo prodotto per continuare a servire Gm come consulente fino alla fine dell'anno: uno scivolo morbido verso le panchine del parco e la passeggiata col cane.

Taumaturgo. Ma Bob Lutz nel mondo dell'auto americano è sempre stato considerato una sorta di taumaturgo: quando una Casa non sapeva bene dove sbattere la testa, chiamava lui, l'uomo dei miracoli, il "car guy" con il fiuto per il prodotto giusto, l'oracolo che avrebbe indicato la strada. E così Fritz Henderson, succeduto a Rick Wagoner a capo di General Motors, ha per prima cosa richiamato Lutz in servizio e gli ha affidato la responsabilità di marketing, pubblicità e comunicazione.

Alterni successi. Ovviamente Lutz, che ha diviso la sua carriera tra Ford, Chrysler – di cui fu amministratore delegato – e GM in più riprese, non è un mago. È un manager capace che ha indovinato molte mosse e fatto pure la sua dose di errori. Papà della Dodge Viper ai tempi della Chrysler, negli ultimi dieci anni in General Motors è accreditato di aver creato auto di successo come l'attuale Chevrolet Malibu, la crossover Equinox, la berlina Buick Lacrosse e soprattutto di aver portato in GM la cultura di produrre auto meglio disegnate e meglio assemblate. Ma ha anche patrocinato modelli che hanno incontrato scarso gradimento come la Pontiac G6 e presentato – nel momento peggiore, alla vigilia della crisi – concept car dal senso dubbio come la Cadillac Sixteen, con un 16 cilindri nel cofano immenso che faceva a pugni con la crescente coscienza ecologica e l'incombente scalata dei prezzi del carburante.

L'ultimo dinosauro. Ma soprattutto Lutz ha scontato il fatto di essersi trovato a condividere ai livelli alti della società la gestione fallimentare di Rick Wagoner, insomma di non essere stato in grado di arrestare la deriva del primo colosso mondiale dell'auto verso l'abisso della bancarotta. Quando, il primo dicembre 2009, Ed Whiteacre, manager estraneo al mondo dell'auto, ha preso le redini della GM anche come CEO, per lui il destino pareva segnato. Whiteacre ha iniziato a toglierli il marketing lasciandogli la carica di vice chairman con un ruolo di consulenza su design e sviluppo prodotto, ma senza incarichi operativi. A febbraio Whiteacre ha nominato Steve Girsky, ex banchiere e analista di Wall Street, a responsabile della Pianificazione strategica, riducendo ulteriormente gli spazi di manovra di Lutz. Di qui, la decisone del pensionamento. Sarà definitivo? R.L.V.

04.03.2010